“I pipistrelli, all’atto pratico, erano piccoli mammiferi dal carattere mite, innocui (meno dell’1% rabbici) che aiutavano il genere umano divorando immense quantità di insetti e impollinando più alberi e piante nella foresta pluviale di api e uccelli messi insieme. Gli angeli, invece, spesso apparivano come vendicatori irati, che trasmettevano severi messaggi, lottavano con i profeti, sloggiavano inquilini, brandivano spade fiammeggianti. La loro ‘impollinazione’ si limitava a generare figli in stupefatte donne mortali. Chi preferireste incontrare a mezzanotte in un vicolo?” (Tom Robbins, Feroci invalidi di ritorno dai paesi caldi).
L’ambivalenza della paura.
La paura condivide con molti dei sentimenti umani la duplice natura razionale e irrazionale.
La distinzione freudiana fra angoscia reale ed angoscia nevrotica è arcinota, così come è nota la distinzione fra “paura”, che può essere ragionevole, e “fobia”, che per definizione non lo é. Gli etologi e gli antropologi ci spiegano che le nostre fobie di ragni velenosi, serpenti, fulmini o spazi aperti sono in realtà la sedimentata memoria della specie, e si riferiscono a quando serpenti, ragni, temporali e savane erano effettivamente per noi un pericolo; ma data la scarsissima probabilità di incontrare serpenti attraversando corso Buenos Aires il sabato pomeriggio, possiamo dire che –oggi come oggi, per persone che fanno la nostra vita- si tratta di irrazionali fobie.
Al di là della lettura psicanalitica o di quella antropologica, e per venire al tema che qui ci occupa, anche tra paura e crimine possiamo notare una serie di distorsioni cognitive che, almeno ad un primo esame, paiono frutto di irragionevolezza.
Per esempio, può accadere che la paura del crimine aumenti in presenza di tassi di criminalità in diminuzione o viceversa. Ovvero, si riscontra talora che la “vittimizzazione vicaria”, cioè la conoscenza di reati occorsi nel proprio circondario o il racconto fatto da persone che sono state vittime incide sulla paura più ancora di quanto non faccia la vittimizzazione diretta (d’altro canto l’ansia è per definizione anticipatoria). Insomma, parrebbe esserci uno scarto fra “sicurezza com'è” e “sicurezza come si percepisce”.
Capita pure che siano più impauriti coloro che risultano statisticamente meno a rischio di vittimizzazione criminale. Nell’indagine ISTAT di vittimizzazione del 2002 –e risultati non diversi si reperivano nella precedente ricerca relativa agli anni 1997-1998- troviamo che gli uomini sono più a rischio di vittimizzazione criminale, ma le donne hanno più paura; che i giovani sono esposti a scippi, borseggi, furti, rapine nell’11,4% dei casi, mentre gli ultrasessantacinquenni lo sono solo in misura del 2,4%, ma questi ultimi sono più spaventati; che il rischio di subire un reato predatorio cresce con l'innalzarsi del livello sociale, la paura è, viceversa, inversamente proporzionale al ceto.
A ben vedere, però, questa apparente irrazionalità non è se non più accorta saggezza, posto che, per seguire negli esempi riportati, la superiore paura degli anziani o delle donne o dei meno attrezzati socialmente potrebbe derivare da un calcolo che tiene conto non solo del rischio statistico in astratto ma pure della diversa vulnerabilità dei soggetti potenzialmente vittima, sicché paura del crimine e percezione della probabilità di divenirne vittima non sono sinonimi. In altri termini, lo scippo subito da un’anziana signora dalle friabili giunture potrebbe avere conseguenze ben diverse da quelle che patisce un giovanotto giocatore di rugby –sempre ammesso che riescano a scipparlo-; il borseggio della pensione con cui si deve campare un mese non ha gli stessi riverberi del borseggio della somma destinata ad un’ora di shopping, indipendentemente dalla cifra che può anche essere superiore nel secondo caso; quanto alle donne, la loro maggiore paura è probabilmente dovuta alla ragionevole consapevolezza di avere il discutibile privilegio di poter essere vittimizzate anche sessualmente.
In ogni caso, fra donne, uomini, giovani, anziani, poveri e ricchi, l’indagine di vittimizzazione del 2002 ci informa che alla domanda “quanto si sente sicuro camminando per strada quando è buio ed è solo nella zona in cui vive”, ben il 27,6% degli italiani intervistati risponde di sentirsi poco o per nulla sicuro.

Elaborazione dati ISTAT
Già questa non sarebbe una gran bella notizia, a prescindere dal fatto che sia o meno frutto di una valutazione ragionevole, ma, ciò che è più inquietante, è che la paura della criminalità influenza le abitudini della popolazione nel 46,3% dei casi, in particolare al 25,5% dei cittadini capita di non uscire la sera per motivi di paura. Anche qui intervengono le variabili di genere e di età, e, anche se sappiamo che per le donne il rischio di aggressione è soprattutto entro le mura domestiche, non ci sorprende che siano loro a provare un maggior senso di insicurezza camminando per le strade del proprio quartiere quando oramai è buio, fino al punto che le donne fra i 25 e i 34 anni non escono mai di sera per paura nel 64% dei casi.
Tutto questo ha un primo effetto paradossale.I paradossi della paura.
Non usciamo alla sera (e magari, penso agli anziani, neppure mattina e pomeriggio), così siamo più sicuri. A ben vedere, però, questo forse aumenta la sicurezza personale, ma non quella collettiva, perché il primo paradosso della paura del crimine è quello secondo cui, almeno talvolta, si inverte il tradizionale rapporto di causa secondo cui l'aumento del crimine produce la crescita della paura, e, piuttostopiù insicurezza comporta più criminalità.
Può avvenire, infatti, che il reputare che nel proprio quartiere o città o provincia vengano compiuti molti reati, più di quelli effettivi, aumenti il sentimento di insicurezza dei cittadini, e, a sua volta, l'aumento di insicurezza diminuisca il senso di solidarietà e di coesione e pertanto il controllo sociale informale, in un processo a spirale che, in definitiva, ribalta il tradizionale rapporto secondo cui “più criminalità -> più insicurezza” e diviene piuttosto “più insicurezza -> più criminalità”.
Un esempio è quello dei luoghi cittadini che vengono evitati perchè reputati insicuri e divengono insicuri perchè non frequentati.
In altri e più generali termini, può anche affermarsi che il senso di insicurezza diminuisce il legame sociale, cioè il senso di identificazione con un luogo specifico, con effetti anche criminogenetici.
E ciò non è solo intuitivo, ma confermato da ricerche criminologiche che, appunto, hanno dimostrato quanto la paura del crimine, diminuendo l'attaccamento dei cittadini alla propria comunità e il senso di solidarietà, comporti indebolimento del controllo sociale provocando altresì un aumento del crimine.
Uno dei riflessi di questa diminuita solidarietà sociale è la sfiducia nelle forze dell’ordine. Il più volte citato Rapporto Istat avverte: “La maggiore frequenza di situazioni di degrado incide fortemente sulla coesione sociale, fa crescere la sensazione di abbandono e di impotenza. L’impressione di una maggiore vulnerabilità e, quindi, di paura si avverte, infatti, quando ad essa si accompagna la convinzione che le istituzioni preposte alla prevenzione e al controllo della criminalità non siano in grado di far fronte adeguatamente al dilagare della delinquenza. […] ben il 36,2 per cento della popolazione, nel nostro Paese, ritiene che le forze dell’ordine controllino poco o per niente il luogo in cui vive”. E il giudizio diviene ancor più negativo per i residenti nelle grandi aree metropolitane o nei loro dintorni.

Elaborazione dati ISTAT
Il problema non è solo italiano, bensì universale, e la ricaduta comportamentale “passiva” del ridurre la propria esposizione al crimine evitando zone o luoghi o orari ritenuti pericolosi, limitando i contatti umani e le attività sociali, isolandosi fino ad apparire prigionieri nella propria stessa casa (avoidance behaviour) è descritto anche all'estero: "Ciò è stato sottolineato soprattutto per le donne, le quali evitano spesso di uscire da sole e di frequentare certe zone o certi luoghi pubblici della città perchè temono di essere aggredite [...]. Giustamente Van Dijk osserva che la paura del crimine è un fattore che ostacola l'emancipazione femminile, in quanto l'uomo ha da sempre 'sfruttato' l'argomento secondo cui le donne corrono il rischio di venire aggredite per strada da uno sconosciuto al fine di relegarle entro le mura domestiche".
Ancora, una ricerca svolta nel quartiere londinese di Islington ci informa che: "il crimine modella sensibilmente le abitudini dei residenti nella zona, consigliando a un quarto della popolazione di non uscire di sera e provocando sentimenti di insicurezza persino in coloro che rimangono in casa. E' in vigore un virtuale coprifuoco per una parte consistente della popolazione femminile: oltre la metà delle donne non esce mai o esce raramente di sera".
Non solo, la contiguità fra paura e aggressività è accertata anche in etologia e neurofisiologia. Secondo alcuni studiosi, le due proto-emozioni –paura e aggressività- sono presiedute da medesime strutture cerebrali, sicché l’animale di fronte al pericolo avrà una stessa stimolazione, a cui risponderà “scegliendo” di assalire ovvero di fuggire o immobilizzarsi a seconda del suo stato fisico o di determinanti situazionali ed anche ambientali. Per esempio l’animale sarà più portato ad aggredire se sano e vigoroso, e se vicino alla propria tana o qualora gli sia bloccata ogni via di fuga.
Ben nota è poi la possibilità di reagire alla paura con l’aggressività, detta appunto reattiva, ed anche questo è stato comprovato con esperimenti di laboratorio con animali. Insomma, la paura è senz’altro frustrante, e la frustrazione a propria volta genera aggressione, sicché un secondo paradosso -sempre nel senso per cui più insicurezza comporta più criminalità- può riguardare le strategie attive talora messe in atto in risposta alla paura, e quella di armarsi per prima.
Anche ammettendo che far fuori i malfattori sia cosa buona e giusta, doverosa e salutare, quello che preoccupa è il constatare, sulla scorta delle ricerche criminologiche, che la disponibilità di armi e la cultura dell’autodifesa costituiscono un pericolo più per gli onesti che per costoro.
In Gran Bretagna, fra il 1992 e il 1994, il 14% degli omicidi é stato commesso con armi da fuoco regolarmente possedute, e fra questi omicidi l’82% erano omicidi domestici, il che ha portato a sostenere che la licenza di avere un arma in casa è molto più pericolosa per gli abitanti di quella casa che per un potenziale aggressore esterno. L’FBI ha calcolato che le armi per difesa personale tenute in casa hanno sei volte più probabilità di essere usate nell’uccisione, deliberata o accidentale, di parenti ed amici, piuttosto che di servire contro rapinatori o altri malviventi introdottisi nell’abitazione.
Perfino in tragici episodi di mass murder l’arma era detenuta legalmente: così a Dunblane, dove in una scuola furono uccisi sedici scolari ed un insegnante nel 1996; così a Hungerfor nel 1987, dove vi furono altre sedici vittime di un mass murder; così, com’è noto, a Milano nel 2003, quando un uomo, prima di suicidarsi, uccise la moglie e una vicina di casa, e ferì alcuni passanti sparando dalla finestra.
La diffusione delle “armi legali” significa poi maggiori opportunità di disporre di armi anche per la criminalità, poiché almeno parte delle armi usate dai delinquenti cominciano la loro vita come armi legali. Si consideri inoltre che le armi da fuoco non sono particolarmente deperibili, e dunque hanno lunga vita.
Uno studio di Killias e dei suoi collaboratori condotto sugli omicidi (e suicidi) di 21 Paesi ha evidenziato una correlazione molto forte fra la presenza di armi da fuoco in casa e i tassi di omicidio commessi in danno delle mogli, delle conviventi, delle fidanzate; ed anche se –qui come altrove- correlazione non significa causalità, gli autori concludono che il fatto che l’arma fosse a disposizione proprio nel luogo, la casa, in cui è avvenuto il delitto può essere stato un fattore decisivo.
Saltzman et al. riportano che il confronto fra esito letale e lesione, nell’ambito delle aggressioni in famiglia o fra persone in stretta relazione, dimostrerebbe che l’uso dell’arma da fuoco fa aumentare di 12 volte il rischio di morte. Ciò a maggior ragione se si considera che, come s’è detto, nella gran parte dei casi gli omicidi “di prossimità” sono commessi in momenti di rabbia e frustrazione, e non sono il risultato di una intenzione omicida architettata ed attuata a sangue freddo.
Proprio per l’Italia, quel che più colpisce e che dà ragione a quanti hanno denunciato la pericolosità dell’arma da fuoco anche, e forse soprattutto, in famiglia è l’alta percentuale di omicidi perpetrati con questo mezzo che ritroviamo pure negli studi che hanno analizzato le uccisioni in ambito famigliare. L’EURES rileva che l’arma da fuoco è presente nel 39,3% degli omicidi in famiglia del 2003, nel 36,4% del 2004, nel 36,8 del 2005, e resta il mezzo lesivo prevalente nelle uccisioni domestiche.
Per l’Italia talune ricerche sarebbero giunte alla conclusione secondo cui: “la tendenza ad organizzare privatamente, attraverso il possesso dell’arma, la propria difesa personale, può assumere notevoli valenze criminogenetiche; ed ancora, è criticata quella cultura “portata a contrapporre la violenza ‘legittima’ a quella ‘illegittima’, ritenendo erroneamente che la prima possa costituire un argine per la seconda”.
Già quasi quarant’anni fa una ricerca sulla concessione di licenze di porto d’armi in Italia e sulle caratteristiche di personalità dei richiedenti aveva rilevato che le richieste talora non appaiono correlate a reali necessità difensive, quanto a situazioni emozionali scompensate che fungono da motivazione sulla base di sentimenti di insicurezza, frustrazione, desiderio di potenza. Motivazioni e sentimenti, dunque, già di per sé preoccupanti in quanto rendono inclini a comportamenti aggressivi, per di più poi potenziati dalla disponibilità dell’arma.
Tutto ciò esposto, le paure dei cittadini però vanno prese sul serio. Questo però non significa agitare il vessillo della demagogia, come purtroppo temo si sia fatto poco più di un anno fa con la modifica dell’articolo 52 del Codice Penale sulla legittima difesa.
L’amplificazione della paura.
A questo punto, però, potreste dirmi: d’accordo, se non usciamo, se lasciamo deserti i parchi e le strade, incrementiamo il “rischio collettivo”, ma se usciamo la sera incrementiamo il “rischio personale”, e dunque, alla sera esci tu, e ti fai scippare tu. Ma l’esortazione non è solo quella alla sfida, è semmai quella a guardarsi dalle paure “gonfiate”, a non stare al gioco degli amplificatori della paura.
La paura comporta una contrazione delle nostre opportunità, ci fa perdere occasioni di arricchimento sociale ed intellettuale, ci spinge alla rinuncia, consiglia il ripiegamento. La constatazione parte da un tema tutto sommato di poco conto –che sarà mai, se anche non si va al cinema, non si frequentano gli amici, non si vive il proprio quartiere!-, ma può essere esteso ad esempi di più ampia portata.
Lo scomposto allarme è una strategia spesso indotta, per la quale si necessita di strumenti mediatici, efficace strumento nelle mani dei manipolatori per restringere l’autonomia degli adulti -come si fa con gli spauracchi nei confronti dei bambini per inibirne l’esploratività e l’autonomia- appunto a fini in senso lato politici.
Ci si limita a ricordare che vi sono esempi antichi che dimostrano quanto la paura sia funzionale al consenso e quanto sia importante il ruolo degli “induttori” della paura. Dal Medioevo fino a non molti secoli or sono, e addirittura in taluni contesti culturali fino all’Ottocento, erano molto in auge le prediche che facevano leva sul timore dell’Inferno –o del Purgatorio, meno gettonato però-, e non si creda che l’indice di ascolto fosse basso solo perché i mezzi erano più modesti di quelli odierni: 80.000 persone avrebbero ascoltato predicare san Giovanni da Capistrano a Vienna nel 1451. Per incutere il timore –del Giudizio, in questo caso- si usavano ovviamente contenuti differenti –oggi fa più paura l’”Aldiqua” dell’”Aldilà”- ma metodi forse non tanto tali, mezzi “orrorosi”, cioè facenti leva sullo spavento, ed anche sulla spettacolarità, come lo “stratagemma del teschio” o la predicazione effettuata nei cimiteri presso una tomba aperta.
L’utile neppure tanto secondario di questo tipo di timori era poi quello di rivolgere l’attenzione e la speranza al trascendente, tralasciando le vanità mondane e dunque accettando disciplinatamente e con rassegnazione lo status quo; diversamente da oggi, ma sempre secondo un procedimento di distrazione.
Quanto all’oggi, infatti, non si vuole affermare che il crimine non esista, però: “Ci troviamo quindi di fronte ad un fenomeno che in parte è reale e in parte è costruito. A partire cioè da un nucleo originario di fatti, attraverso una dialettica che coinvolge successivamente i media, l’opinione pubblica e gli organi del controllo sociale, prende piede una campagna di legge ed ordine che coinvolge tutti gli apparati di controllo […] un elemento distintivo della campagna di panico morale è costituito dallo scarto tra l’immagine della gravità del fenomeno e la sua reale pericolosità. Questo scarto viene ottenuto o evidenziando a dismisura determinati eventi, oppure tacendo i dati reali”.
D’altro canto, è ovvio che le persone facciano previsione in base alle informazioni a loro disposizione, e quindi che la paura –che altro non è se non la previsione negativa- sia influenzata dalle notizie fornite. Questa “ovvietà” è stata anche sottoposta a verifica empirica, ma è anche più convincente l’esempio dell’aviaria: qualche decina di morti –e chissà il nesso di causa!- in Estremo Oriente, nessuna vittima in Europa, ma le immagini dei polli malati ci hanno talmente condizionati da rendere pericolante il mercato. E dopo pochi mesi, più nulla.
Il rapporto fra paura del crimine ed influenza dei mezzi di comunicazione si lega al discorso prima fatto a proposito della sproporzione fra paura e rischio negli anziani: è stata calcolata una corrispondenza fra timore del crimine ed ore trascorse davanti al piccolo schermo, per la frequenza con cui questo propina visioni continue di rapine ed ammazzamenti (magari attraverso la fiction), al punto che taluni finiscono per vivere “in un mondo che ben poco ha a che fare con quello reale, poiché la cadenza degli avvenimenti criminosi è quella artificiale dei films polizieschi, sicché la paura del crimine può raggiungere un livello parossistico”. I più anziani, soprattutto se ritirati dalla vita attiva, sono tra coloro che più sono esposti ai terrori del tubo catodico (e lo chiamano “tempo libero”). Quanto ai giovani, ricerche statunitensi avrebbero calcolato che, grazie anche alla fiction, colà in adolescente arriva ai sedici anni spettatore di ventimila omicidi televisivi. E poi, le notizie di cronaca nera sono particolarmente frequentate proprio dai cittadini meno attrezzati culturalmente; come si ricava dal Rapporto Censis 2001 sul consumo mediatico delle famiglie italiane; si ricorda, inoltre, che da ricerche compiute di recente risulterebbe che stili di fruizione televisiva particolarmente violenti paiono a loro volta predittivi di comportamenti disimpegnati moralmente ed a basso orientamento valoriale.
Il rapporto fra potere e comunicazione, oggigiorno in Italia, è poi così evidentemente stretto che è superfluo insistervi. Può forse riflettersi sui differenti oggetti culturali della paura, in coerenza con lo spirito del tempo, e sul curioso dinamismo: la paura dell’Aldilà, un tempo, nella convinzione di poter fare qualcosa contro la minaccia dell’inferno (non peccare o almeno pentirsi); paura dell’Aldiqua, oggi, ma solo se si pensa che si possa fare qualcosa. Viceversa, si tende ad usare il meccanismo di negazione quando ci si sente impotenti, quando il rischio appare “senza spazi di decisione”. Rischi “senza spazi di decisione”, così si esprime Stella, che a proposito dei “grandi pericoli tecnologici” e del pericolo di autodistruzione dell’attuale società scrive che “sarebbe scandaloso assegnare alla lesione personale o agli omicidi colposi la patente di fatti gravi, intollerabili per la comunità, e far finta di niente di fronte ad ‘interventi’ che continuano a dispiegare i loro effetti senza limiti nelle generazioni future”, e cita un’intervista televisiva in cui venne chiesto al pubblico se si potesse ancora salvare la terra: il 75% degli intervistati rispose negativamente, evidenziando il ruolo paralizzante della paura.
Ancora una volta appare il lato anche emotivo della paura, il lato diremmo quasi psicopatologico (la negazione non è meccanismo granché salutare).
Oltre alla negazione può citarsi la dislocazione: che spazio viene dedicato nei programmi televisivi, specie quelli di pseudo-approfondimento, ai serial killer e quanto alla sicurezza sul lavoro in un Paese in cui ogni giorno ci sono 4 morti per incidenti nei luoghi di lavoro?
Ancora, non so se il “caso Cogne” è stato il delitto del secolo, so però –o almeno spero- che sia stato il più vergognoso episodio di sguaiatezza mediatica, anche da parte degli “esperti” che si sono prestati a discettare su cose che non conoscevano bene o che, peggio ancora, conoscevano per mandato giudiziario; per di più, l’insistenza su questo delitto, e su altri delitti famigliari, ha indotto la fallace impressione di un aumento esponenziale degli omicidi domestici, che invece sono in diminuzione.
Anni |
N. omicidi familiari (eventi) |
% sul totale degli omicidi |
2000
2002
2003
2004
2005 |
204
201
178
170
158 |
35,8
34,4
29,6
26,6
28,5 |
Anni |
N. vittime |
% sul totale degli omicidi |
2000
2002
2003
2004
2005 |
228
223
201
187
174 |
36,5
35,2
30,5
26,7
29,1 |
Elaborazione dati Eures, 2003, 2004, 2005.
Intendiamoci, se la paura è qualcosa di emotivo, la sua costante duplicità fa sì che essa sia anche positiva nei suoi effetti, addirittura a partire dai riscontri etologici che ne indicano la funzionalità adattativa per la specie, ed oltre alla paura che paralizza vi sono le paure che mobilitano energie, aumentano il livello di vigilanza, forniscono possibilità di fuggire il pericolo. Per il nostro tema in particolare: “la totale eliminazione della paura del crimine è, oltre che impossibile, probabilmente anche indesiderabile, poiché la paura, entro certi limiti, è una reazione emotiva funzionale, almeno fintanto che conduce la gente ad assumere precauzioni ragionevoli per tutelarsi”; “La paura del crimine in una società costituisce un primo indice di reazione al crimine e quindi è un po’ come il dolore fisico nei confronti delle bruciature: esso è la prima fase della difesa contro la disgregazione”.
In generale, però, la maggiore protervia nelle strategie manipolatorie indotte per controbattere la paura, pure quella criminale, si ritrova nei disegni irrazionali e non adattativi, e, fra questi, ricorrenti e famosi sono la sostituzione della paura endogena in paura esogena, e dunque la proiezione.
Pure qui, per il vero, come nel caso della sproporzione fra senso di insicurezza e rischio criminale, l’irrazionalità è più apparente che reale, poiché vi sono strategie che se sono irragionevoli rispetto allo scopo denunciato di combattere il crimine, non lo sono riguardo a quello effettivo della manipolazione del consenso.
La funzionalità si dà inoltre rispetto alla spinta aggressiva, perché se gran parte dell’aggressività nasce dalla paura, alcuni discendenti di Caino hanno “bisogno di convincersi che l’avversario non è un nostro simile, bensì un essere abominevole, iniquo, etc.; si rende necessario un indottrinamento che eriga delle barriere alla comunicazione ed estranei dalla realtà, fino al delirio”; così, è necessaria la sostituzione della paura endogena con la paura esogena, che conduce però a distorsioni prospettiche per le quali l’Altro, in quanto tale, è anche diverso, minaccioso, colpevole. Il meccanismo giunge a quello che è stato da Milgram definito “controantropomorfismo”; si tratta della tendenza a negare le qualità più prettamente umane alle proprie vittime, come venne fatto in Germania nei confronti degli ebrei, per aggirare quella forza inibente l’aggressività che è costituita dall’identificazione: “Nel concetto di violenza è infatti implicito l’assunto che agli esseri umani sia dovuto un certo rispetto. E’ per questo motivo che la pietra angolare di tutte le persecuzioni e di tutti gli stermini è lo stabilirsi di un sistema di teorie che sancisce che l’altro è essenzialmente meno umano e perciò inutile, da buttare via, o pericoloso. Perché questo sistema di teorie possa radicarsi deve tuttavia esistere nella mente dell’uomo la capacità o la possibilità potenziale di rendere l’ ‘altro’ oggetto dei nostri bisogni o delle nostre paure”.
Ciò è tipico delle situazioni –reali o indotte o amplificate che siano- di radicalizzazione del conflitto, che possono comportare e non di rado comportano forme di “autismo sociale” in cui dalla visione della differenza si passa alla esclusione, secondo la logica per la quale chi non è come me è mio nemico: “situazioni dovute a congiunture complesse […] possono essere viste come l’effetto di azioni intenzionali, e imputate a organizzazioni occulte (il ‘complotto plutogiudaico’). […] l’altro viene visto come un nemico diabolico (si pensi all’ ‘impero del male’ di Reagan). […] la propaganda nazista non parlava ‘degli’ ebrei o ‘dei’ russi, ma sempre solo dell’Ebreo o del Russo: la deumanizzazione arriva qui a negare l’infinita diversità delle persone concrete, sostituendovi l’immagine astratta del nemico o dell’inferiore”. E se questa citazione appare eccessiva rispetto al problema che qui ci occupa, si consiglia una rassegna di certa pubblicistica relativa al problema della criminalità degli stranieri, che non si nega come tale, ma di cui si contestano le scomposte e manichee esagerazioni che assimilano multiculturalità a multicriminalità. Per ora si parla “degli” albanesi, non dell’Albanese, chissà?, forse per l’imbarazzo costituito dalla nazionalità di Madre Teresa.
Hickman Barlow conclude una ricerca sulle notizie sul crimine che appaiono sul prestigioso “Time” affermando: “abbiamo rilevato significativi preconcetti contro le minoranze etniche nelle descrizioni della razza degli autori del reato”.
Attualmente, poi, possiamo a maggior (s-)ragione contare sulle differenze religiose. Il 31 luglio 2002, in occasione della festa del santo patrono, il vescovo di Como ha messo in guardia contro il crescente pericolo musulmano: non integralista, non terrorista, non criminale, proprio “musulmano”. Ci tocca rimpiangere Federico II e persino i già citati predicatori medioevali e rinascimentali: l’agostiniano tedesco Abraham, predicando a Graz nel 1683, si diffondeva nella descrizione delle torture inflitte da Solimano il magnifico ai cristiani, ma almeno riconosceva la persino superiore crudeltà di questi ultimi, e li esortava a prendere a modello i musulmani per la loro carità e religiosità.
Dopodiché per Savonarola, per Giovanni Hus e per Wyclif, l’Anticristo era il Papa; per il Papa erano Savonarola prima e Lutero poi; per Lutero, erano Anticristo il Papa e il Turco; per Münster erano Lutero e il Papa.
Dunque, è molto più facile e rasserenante convincersi del fatto che i “cattivi” siano gli altri, indipendentemente dall’esame di realtà; peccato che poi, come molte strategie intraprese indipendentemente dall’esame di realtà, questa difesa intrapsichica non funzioni altrettanto bene come difesa dal crimine, posto che ci consiglierà minore attenzione nei confronti di “quelli come noi”, senza valutare che, per esempio, l’omicidio è un reato fondamentalmente intra-gruppo, che avviene cioè fra persone che hanno frequenti contatti, provenienza comune e caratteristiche simili; che tutti gli Autori che si sono occupati di violenza concordano nell’amara constatazione che la famiglia non è sempre il luogo dell’amore e della sicurezza; che i rapporti fra autore e vittima nelle denunce o nei processi per violenza sessuale sono raramente rapporti fra sconosciuti ma semmai fra intimi o famigliari. Secondo l’indagine ISTAT del 1997-1998, il rapporto fra aggressore e vittime nel caso di violenza sessuale subita nell’intero arco dell’esistenza era di amicizia nel 23,5%, di conoscenza nel 17,7%, l’autore era il partner o un parente nel 14,5%, una persona “conosciuta bene” nel 4,6%, un collega o il datore di lavoro nel 7,8%.
La proiezione accompagnata dalla dislocazione sono poi manifeste nel meccanismo del capro espiatorio, il farmacos, la concezione del male anche interno come qualcosa che può essere trasferito su di una persona o su di un animale che a sua volta potrà essere sacrificato e distrutto.
Sul tema esiste una cospicua letteratura criminologica e il dinamismo appare universale; indipendentemente da ciò che preoccupa, infatti, si ricorre al sacrificio del capro espiatorio come strategia (stratagemma) di pacificazione, il che comunque un qualche effetto rassicurante finisce per averlo (di nuovo: quel che si crede reale ha conseguenze reali).
Secondo Oliverio Ferraris la dinamica si può descrivere anche affermando che si verifica in questi casi uno spostamento da “paure primarie” (morte, aggressione, malattia) a “paure secondarie” (eretici, streghe, stranieri), “ectoplasmi della paura”: “Quanto più minacciose si facevano le paure primarie (carestie, razzie di eserciti, peste, ecc.) tanto più impellente era il bisogno di individuare dei capri espiatori sui quali canalizzare gli effetti della sofferenza collettiva: distruggendone il fantasma, anche la paura sarebbe stata debellata”. La paura forse, il dato di realtà no, sicché a fare le spese dell’antieconomico rimedio furono in molti, e, per esempio per la peste, non solo Giangiacomo Mora arso nel 1630 a Milano come untore, ma coloro che confidando nell’idea dell’untore come responsabile del contagio non presero le precauzioni assennate e finirono per contrarre il morbo.
Sono comunque i motori della caccia alle streghe –anche quella più recente-, che si differenzia dalla paranoia come malattia solo perché è sciaguratamente condiviso.
Comunque, così come diversi culturalmente sono gli Altri e gli oggetti della proiezione/dislocazione, differenti saranno evidentemente i rimedi per neutralizzarli. I roghi sono demodé, meglio affidarsi alla zero tolerance, ultima versione –ultima purtroppo solo nel senso di “più recente”- dell’uso politico della paura e dei rimedi simbolici al rischio criminale.
Vale la pena di accennarne, intanto perché più attuale delle prediche medioevali, poi perché si ritrovano qui perfettamente riprodotti i dinamismi propri della manipolazione della paura di cui abbiamo finora discettato.
In breve: il fortunato (ed inquietante) slogan “zero tolerance” avrebbe preso le mosse teoriche dall’ipotesi delle “broken windows” (finestre rotte) di Wilson e Kelling, secondo cui gli edifici abbandonati, le scritte sui muri, la sporcizia accumulata sono considerati dai cittadini come “segnali di criminalità”, e questi sintomi di degrado sono contagiosi e prodromici di ulteriore degrado e di devianza ben più grave. Secondo Rosenthal, capo degli agenti di Manhattan: “Credo che l’erosione della qualità della vita nella nostra città sia cominciata quando il nostro ‘sistema’ ha dimostrato l’incapacità di confrontarsi – non con gli omicidi … ma con gli autori di piccole devianze. Una volta che passa la voce che il ‘sistema’ non è in grado di occuparsi di chi disegna graffiti, dell’ubriaco per strada, del vicino con la radio a tutto volume, del ladruncolo, di chi schiamazza a tarda notte, dei vandali, dei profanatori, di chi orina in posti pubblici, di chi getta lattine per strada, dei proprietari maleducati di cani, e via dicendo, è piantato un seme che crescerà fino a diventare completa incuria delle nostre leggi”.
Benché la paura del crimine ed anche il disagio di fronte agli atti di inciviltà debbano essere seriamente considerati, ad un esame più smaliziato lo slogan, e più in generale le politiche di inasprimento repressivo adottate in USA ed in Europa negli ultimi anni, si rivelano la perfetta dimostrazione della dinamica per la quale l’ondata di panico morale è utilizzata per una ristrutturazione politico-economica in senso neoliberista, che vede la progressiva erosione, fino allo smantellamento, dello “stato sociale”, via via sostituito dallo “stato penale”.
Si comincia con l’affermare che il crimine cresce -meglio: dilaga-, con sbrigativa incuria nei confronti dei dati o di domande come “quale crimine?”; si procede poi all’attribuzione di questa crescita non solo alle nuove “classi pericolose” (emarginati, disoccupati, minoranze, immigrati), ma alla nequizia di costoro o addirittura alla neghittosità indotta dall’assistenza statale (l’eccessiva generosità delle politiche di sostegno ai gruppi svantaggiati provoca degenerazione morale, ovvero: non lavorano perché tanto sono assistiti); siccome poi il sillogismo aristotelico garantisce la logica interna ma non la realtà delle premesse, si finisce col concludere che l’unica risposta possibile sia l’inasprimento del penale e la parallela contrazione dello stato sociale.
Non si vuol qui affermare che i criminali siano solo “vittime” della società, solo vorremmo sommessamente ricordare che qualche nesso fra le condizioni di deprivazione e il crimine convenzionale esiste pure. Karmen ha dimostrato che i tassi di omicidio dei primi anni Novanta a New York potevano essere predetti con notevole accuratezza analizzando i tassi eccezionali di disoccupazione, la notevole proporzione di persone che vivevano in condizioni di povertà, le scarse possibilità di mobilità sociale. Il massiccio aumento della disoccupazione ha comportato anche un mutamento di prospettive, soprattutto nei giovani, ed ancora di più nei giovani neri dei quartieri poveri, le cui uniche possibilità di occupazione diventavano quelle criminali.
Il rimedio però poi si dimostra peggiore del male: si sottolinea, fra l’altro, che la deprivazione si riflette sulle condizioni di degrado della comunità (le “broken windows”) poiché i tagli alla spesa pubblica si traducono anche in fogne disastrate, semafori rotti e mai riparati, strade sporche, condizioni “deplorevoli” della metropolitana, eccetera. In questo senso la politica della “zero tolerance” potrebbe addirittura avere un effetto controproducente, dato che l’eccezionale aumento del budget per le carceri e la giustizia è stato fatto a spese dei fondi sociali e sanitari. Quantomeno, il rischio è quello di un circolo vizioso: maggiori spese per il controllo comportano tagli negli investimenti sociali, che a loro volta producono maggiore criminalità, che implica stanziamenti per il controllo fatti a spese degli investimenti sociali, e via ricominciando, in una progressiva elefantiasi del penale.
Fra l’altro, prima ancora di stipare il carcere, questa politica si sostituzione dello stato assistenziale con uno stato punitivo ha intasato i tribunali, con il solito esito di processi che scadono e dell’evitamento della detenzione soprattutto per quelli fra i delinquenti che possono contare su una più efficace difesa, e si può così lamentare che “la polizia li arresta e i giudici li mettono fuori”.
Il ruolo degli “amplificatori”, dunque, può essere quello di un uso politico della paura che scoraggi e renda impopolari politiche criminali impostate in senso liberale; reciprocamente i regimi autoritari non solo si conservano sulla paura, ma nascono dalla paura.
Il conformismo, infatti, è un ennesimo portato deleterio della paura dell’autonomia, della paura della riprovazione, di quella del mutamento incognito, del timore della responsabilità che perciò si delega all’uomo o al governo “forte”, dell’angustia dell’apparire diverso e dunque oggetto di quella proiezione che invece si utilizza: “Per mettersi al riparo dalle insidie egli [il conformista] rinuncia al proprio progetto di vita, al rapporto vivo con il mondo, e preferisce lasciarsi asservire a regole e dogmi, convenzioni e tiranni. In sostanza, il conformismo è un aspetto deteriore della necessità di sicurezza” .
Per concludere, il crimine produce vittime “dirette”, perché ci priva dei nostri beni e perché può comportare lesioni fisiche. Il rapporto ISTAT in proposito ci dice che il 7% delle vittime intervistate ha riportato ferite in seguito allo scippo subito, anche se nella maggior parte per fortuna lievi; per le rapine la percentuale sale all’84% e per le aggressioni al 24,5%.

Elaborazione dati ISTAT
Ma il crimine produce anche vittime “indirette” che sono le vittime della paura del crimine. Fra libertà e sicurezza vi è un rapporto tormentato, e si può essere portati a rinunciare alla prima in favore della seconda, cioè a contrarre i diritti per “il quieto vivere”, perché la risposta più immediata alla paura è l’evitamento e dunque la non partecipazione sociale. Pure in questo caso l’emozione sociale, la “paura”, assomiglia alla sua parente psicopatologica, la “fobia”, che limita quotidianamente il raggio d’azione, con prassi e rituali che comportano dispendio di tempo e di energia e preclusione di ambiti rilevanti della vita sociale.
Con le parole del solito predicatore: “La cosa migliore da fare è di raggomitolarsi nel proprio angolo e di cacciare la testa in un pertugio”; con quelle del criminologo: “Quante libertà non ci permettiamo per la prudenza e quante limitazioni subiamo per la paura”; secondo lo scrittore: “Noi li persuaderemo che, soltanto quando avranno consegnato a noi la loro libertà, diventeranno liberi […] Proveranno meraviglia e timore e perfino orgoglio di saperci tanto forti e tanto saggi da essere capaci di pacificare il gregge di milioni e milioni di turbolenti”, affermava il grande Inquisitore ne “I fratelli Karamazov”.
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