SUPPORTO ALLE VITTIME DEL CRIMINE
VITTIMOLOGIA
i diritti delle vittime
le vittime deboli
attivita'
 
Vittimizzazione e Criminogenesi
Isabella Merzagora Betsos
Che ci si occupi dell’aiuto alle vittime e della prevenzione delle ipotesi di vittimizzazione è cosa che dovrebbe essere ovvia. Però questo non significa che molti lo facciano.
La vittimologia inoltre è una disciplina che oramai ha una lunga tradizione, e dunque anche su di essa non mi soffermerò.
Piuttosto, questi sono tempi in cui imperversano neo-liberismi e addirittura neo-darwinismi che propugnano soluzioni di sempre maggiore contrazione delle spese per l’aiuto ai più deboli, fino al “chi resta indietro, il diavolo se lo pigli”. Vale forse la pena di dimostrare che, piuttosto, aiutare le vittime può significare spezzare la catena di vittimizzazione, evitare che in futuro ci siano altre vittime da dover soccorrere e per le quali spendere tempo e denari, e, dunque, se non fanno presa i motivi ideali soccorra almeno il calcolo.

La più nota dimostrazione del fatto che la vittimizzazione di uno può produrre una catena di vittimizzazioni è nella nota legge criminologica del ciclo dell’abuso. Il ciclo dell’abuso trova conferma nel fatto che molti studi denunciano storie di vittimizzazioni infantili nelle biografie dei criminali violenti.
Nei primi decenni del Novecento, Peter Kürten, che si guadagnò il meritato appellativo di “Mostro di Düsseldorf” per aver commesso 9 omicidi, 30 tentati omicidi ed un numero imprecisato di aggressioni sessuali, affermò: “nulla può superare il dolore dell’anima di quello che ha subito i tormenti di un altro tormentatore, e che ora scopre in sé il desiderio di infliggere lui stesso dolore ad altri” .  Più di recente, Ceretti e Natali ripercorrono il pensiero di Lonnie Athens, un criminologo che sperimentò in prima persona l’esperienza della violenza, con un padre “brutalizzante” e trascorrendo infanzia ed adolescenza in quartieri malfamati .  Secondo questo Autore, il processo di “violentizzazione” –uguale e contrario a quello di “socializzazione”- non consiste in una insufficiente o difettosa interiorizzazione delle norme, ma è un processo di apprendimento a sistemi culturali e normativi fondati prevalentemente sulla violenza, e che si articola secondo un percorso formativo che comporta in primo luogo esperienze di “brutalizzazione”.
Nel suo libro dall’evocativo titolo “Dal dolore alla violenza”, de Zulueta parte dalla constatazione del rapporto –frequente benché non inderogabile- fra abuso in famiglia e genesi del comportamento violento, per allargare il discorso alla relazione che più ampiamente, e non solo nelle esperienze precoci, lega il dolore esperito alla violenza successivamente agita. L’Autrice nega l’esistenza di un’aggressività “innata”, e, per ciò che concerne le esperienze precoci del bambino, rifiuta pure una polarizzazione contrapposta fra dolore e violenza, che sarebbero viceversa connessi in quanto la violenza sarebbe frutto di un “attaccamento malriuscito”, cioè a dire del fallimento nell’apprendere ad amare ed interagire con reciprocità dovuto al non aver potuto confrontarsi con l’amore materno, anzi causato proprio dall’esperienza della deprivazione affettiva .
Lewis et al. hanno effettuato uno studio su quindici detenuti per omicidio in attesa di esecuzione nei “bracci della morte” in USA riscontrando che un’alta percentuale era stata gravemente abusata, otto erano stati vittime di aggressioni “potenzialmente mortali” da parte dei genitori, la maggior parte di essi era stata spettattrice di violenze fra i genitori, compresi tentativi di omicidio
Main e Georgie riscontrarono che i bambini piccoli abusati, a differenza di quelli che non avevano subito traumi, rispondevano con fastidio o addirittura con aggressività ai segnali di sofferenza dei loro coetanei, forse proprio perché l’identificazione era in questo caso addirittura completa sovrapposizione, era cioè un rivivere quanto proprio da loro sperimentato, così da essere intollerabile .
Recenti studi sul substrato neuroanatomofunzionale e neurotrasmettitoriale dei comportamenti violenti forniscono inoltre suggestive correlazioni fra i meccanismi biologici dell’attaccamento e quelli dell’aggressività. In particolare queste correlazioni sono state osservate in quegli omicidi scatenati da preannunciate condizioni di abbandono (crisi “catatimiche”), che si verificano in genere dopo un ultimo inane tentativo, da parte dell’omicida, di evitare l’abbandono stesso. Ancora: “Tra le implicazioni neuroendocrinologiche del comportamento violento, un affascinante capitolo è rappresentato dalle correlazioni tra la neurobiologia del trauma psichico precoce e la comparsa di alterazioni comportamentali fortemente connotate da manifestazioni violente: infatti, i correlati neurobiologici dell’abuso psicologico e fisico precoce possono contribuire allo sviluppo nella vita adulta di comportamenti violenti possibilmente determinati da danno neuroanatomico, da alterazioni del neurosviluppo e da alterazioni neuroendocrinologiche persistenti. Abnorme regolazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrenale e disregolazione della produzione di cortisolo sono stati riscontrati sia nelle vittime di abusi fisici e psicologici durante l’infanzia sia in soggetti con comportamenti antisociali violenti e aggressivi. Questi correlati biologici in comune suggeriscono, con cautela, la possibilità che un medesimo substrato biologico possa in parte sottendere comuni aspetti fisiopatologici in soggetti che subiscono abusi fisici e in perpetratori di atti violenti” .

Talora il ciclo dell’abuso assume la fisionomia dell’identificazione con l’aggressore.
La tragedia più atroce dei nostri tempi fu l’Olocausto, e ad esso dobbiamo non pochi studi; fra le osservazioni più importanti vi è quella della ripercussione transgenerazionale nei figli dei sopravvissuti, osservata anche nei figli delle vittime di Hiroshima; ma oltre al ricorrere del ciclo dell’abuso, in questi casi si è osservato anche che le vittime successivamente sono esse stesse divenute aggressori attraverso una dinamica di identificazione.
I meccanismi del ciclo dell’abuso e dell’identificazione con l’aggressore agiscono anche in ambito di abusi sessuali. Illuminante a questo proposito è l'esempio di incesto multiplo intergenerazionale riportato da Raphling et al. , e Justice e Justice allargano la spiegazione in chiave di violenza trasmessa a tutti i 112 casi di incesto da loro esaminati . Alla stessa conclusione giungono altri Autori, considerando che i soggetti osservati in quanto autori di molestie sessuali ai danni di bambini avevano a loro volta subito abusi di questo tipo in età infantile, ed in sostanza: «Così come i bambini che sono stati oggetto di violenza hanno maggiori probabilità di divenire genitori violenti, le bambine che sono state vittime di abusi sessuali sceglieranno con maggiori probabilità un compagno incline agli abusi sessuali e falliranno nel proteggere i loro figli dagli abusi stessi» .
Un caso giunto a mia osservazione esemplifica bene il meccanismo dell’identificazione con l’aggressore in ambito di violenza sessuale:

Il caso.  L. è indagato per violenze sessuali, rapine, sequestri di persona, in diversi episodi occorsi sulla linea ferroviaria intorno a Milano. Dopo uno degli episodi di violenza, L. avvertiva la madre della vittima, tramite il cellulare sottratto a quest’ultima, che la figlia era rinchiusa in una carrozza ferroviaria e ne indicava l’ubicazione.  Nel secondo episodio il violentatore chiedeva scusa alla vittima per quanto aveva fatto (ad ogni buon conto avvertendola di tacere per evitare conseguenze). Benchè non ci sia un copione fisso in materia di violenze sessuali, non è azzardato dire che si tratta di atteggiamenti poco consueti.
Al colloquio peritale l’atmosfera familiare è descritta come all’insegna della più assoluta normalità; riferisce dei propri convincimenti pacifisti e della propria attività di volontariato nel campo dell’emarginazione grave svolta presso un centro di accoglienza per homeless, che mal si concilia con l’immagine del brutale violentatore; commenta infatti: “Ho sempre odiato fare del male alle persone, e l’ho fatto”.
Nel prosieguo del racconto, però, questa solare serenità mostra un po’ la corda, almeno relativamente agli ultimi mesi prima dei reati. Narra infatti che da non molto aveva cominciato a convivere con una ragazza rumena e che avevano progetti matrimoniali. I genitori di lui avevano cercato una villetta da cui ricavare anche un appartamento per i due futuri sposi, ma proprio allora la ragazza fu costretta a tornare in patria per lo scadere del permesso di soggiorno.  Pochi giorni dopo la partenza della donna, L. fu licenziato e, nello stesso mese, il padre fu coinvolto in un episodio di violenza che lo portò anche a trascorrere qualche giorno in detenzione. A questo punto, deposta la disinvoltura difensiva, i toni si fanno amari, rancorosi, sarcastici, cupi, fino ad affermare: “La vita non mi ha mai sorriso, ma non pensavo mi tagliasse le gambe”; “Mi sono capitate troppe cose assieme … ho perso tutto in un momento… come una botta sulla nuca”; “Io ho sentito di aver perso tutto, ero convinto di aver perso ogni cosa”; ed in un finale di cupio dissolvi: “Ora, assieme a tutto il resto, ho perso ideali, dignità, onore, e non mi resta più nulla”.
Un altro episodio che non si colloca proprio nella regolarità con cui il L. descrive il proprio quadro esistenziale, vita sessuale compresa, è quello di una violenza che subì a 19 anni circa da parte di due uomini; fatto si è che dopo le violenze da lui agite: “mi sono sentito io in quella situazione [la situazione in cui fu vittima e non aggressore] e mi è dispiaciuto ancora di più e mi sono sentito ancora più stupido”; “l’episodio lo avevo accantonato … poi è venuto fuori guardando gli occhi della seconda ragazza”; “qualche volta oggi mi guardo allo specchio e non vedo più la mia faccia ma quella di uno di quelli”. Aggiunge peraltro: “Non è che mi vedo fisicamente come lui, non è che ho le allucinazioni. E’ che mi sento schifoso come lui”.
In questo caso particolare pare di poter fornire la spiegazione dei fatti nel meccanismo dell’identificazione con l’aggressore, quel meccanismo la cui “scoperta” risale addirittura a Freud, il quale lo spiega come l’assunzione, da parte dell’aggredito, della funzione appunto di aggressore, imitandone i tratti e le manifestazioni di (pre)potenza che lo caratterizzano, insomma ribaltando i ruoli, e ciò allo scopo di rassicurarsi e di combattere la frustrazione, e il senso di vulnerabilità e debolezza indotto dalla vittimizzazione stessa. La violenza omosessuale subita anni prima sarebbe rimasta sopita per anni, ma non per questo “metabolizzata”, per poi riemergere in occasione di un periodo di particolare tensione e drammaticità. In pratica, dunque, l’identificazione con l’aggressore è stata la strategia di reazione al trauma agita (a spese delle ragazze, purtroppo) per avere conferma di una identità messa a repentaglio dalla violenza o dal tentativo di violenza omosessuale subito, e ciò in quanto il soggetto era stato messo in condizione di rivivere il sentimento di vulnerabilità, il sentirsi vittimizzato e “imbelle”, la frustrazione per una serie di accadimenti oggettivamente difficili e soggettivamente vissuti come disastrosi. L. avrebbe cioè inconsciamente tentato con l’aggressione di ribaltare i ruoli, nei confronti degli aggressori di un tempo e nei riguardi di quella vita che –stando al suo sentire- gli aveva “tagliato le gambe”.

Fra i soggetti possibili vittime di maltrattamento, la ricerca sulle vittime del crimine annovera giustamente le donne, ed anche per costoro vale la legge della vittimizzazione che genera aggressione. In particolare la ricerca criminologica ci avverte che le donne uccidono il marito in risposta a condizioni di insopportabile frustrazione, per esempio colpendo la figura maschile che la umilia, la opprime, la maltratta. Delle 46 donne presenti a metà degli anni Novanta nei “bracci della morte” delle carceri statunitensi, quasi tutte avevano ucciso il marito o il partner, e quasi tutte erano donne abusate , al punto che è oramai introdotta in USA una forma di insanity defense basata appunto sulla battered woman syndrome.
Non di rado, dunque, padri e mariti vengono uccisi dopo anni o decenni di violenze, prevaricazioni, soperchierie, prepotenze di ogni genere che l’omicida ha subito da parte della “vittima”, e qualche volta, in questi casi, l’omicidio è commesso da più persone, perché più persone in una stessa famiglia sono sottoposte al padre-padrone. Sono questi i casi, rari per il vero, in cui la coppia non è di amanti ma di due donne, madre e figlia, e di alcuni di questi casi riferisce Coda nel suo lavoro sulle coppie criminali: “da tanti anni mio padre ci picchiava per ogni sciocchezza. Non ci ha mai dato soldi, anzi, controllava quanto guadagnavamo. Era possessivo, mi impediva di uscire, di frequentare gli amici e ultimamente aveva anche iniziato a toccarmi dove non doveva e a pretendere da me prestazioni sessuali. Visto che mi opponevo, mi picchiava e picchiava mia madre, che mi difendeva”. Le due donne arriveranno all’omicidio dopo l’ennesimo episodio, durante il quale la vittima –ma si fa per dire- aveva tentato di violentare la figlia alla presenza della madre
Chesney-Lind compie una breve rassegna storica, a partire dal XVIII secolo, delle tremende condizioni di brutalità cui molte donne poi divenute criminali sono state esposte, e dopo aver ricordato che ogni 15 secondi in USA una donna è percossa in famiglia, che il 21% degli accessi al pronto soccorso da parte delle donne è da attribuirsi ad episodi di violenza domestica metà dei quali da parte del marito, che più di metà delle violenze sessuali patite dalle donne ultratrentenni sono perpetrate dal partner, conclude che quando una donna commette un omicidio, soprattutto se in famiglia, piuttosto che chiedersi perché lo abbia fatto, la vera domanda dovrebbe essere perché le donne commettono così pochi omicidi
Non vogliamo dire che sia sempre così, che cattiveria, protervia, tradimento siano appannaggio esclusivo del genere maschile, ma la violenza si esercita di norma dal più forte verso il più debole, sicché –sempre generalmente parlando- le mogli sono più esposte che non i mariti.

Il caso.  Dalla documentazione in atti si apprende che la sera del venti novembre Clitemnestra –la chiameremo così- aveva chiamato la polizia, riferendo di avere ucciso il marito, Agamennone. Agli agenti intervenuti raccontava “in lacrime” (così nel verbale della Questura) delle violenze fisiche e psichiche cui costui la sottoponeva da tempo.  Dei maltrattamenti, delle minacce, delle percosse, delle vessazioni, delle violenze sessuali, della gelosia esasperata della vittima riferirono poi numerosi testimoni. Il figlio dichiarò: “So che mia mamma veniva chiusa in casa, non poteva uscire, doveva tenere le tapparelle abbassate, non poteva telefonare, era lasciata senza soldi da mio padre, non poteva salutare nessuno, quando riceveva una scheda telefonica mio padre controllava l’importo prima e dopo avergliela data, non poteva portare giù il cane”. La figlia: “Ad esempio, se mia mamma salutava due volte una persona, non appena arrivavano a casa sorgevano delle discussioni con ingiurie e, certe volte, percosse. [...] qualche mese fa ho accompagnato io stessa al Pronto Soccorso mia mamma che aveva ricevuto un calcio nelle costole”. Il genero dichiarò di aver udito il suocero urlare alla moglie che: “un giorno o l’altro l’avrebbe fatta fuori”.  Un’amica e vicina di casa raccontò: “Spesso ho visto Clitemnestra con dei lividi al collo, alle costole, alle braccia, sotto il seno”, e: “Mi diceva sempre che se non l’avessi vista per due o tre giorni consecutivi voleva dire che lui l’aveva ammazzata”. Tant’è che la sera in cui scorse le macchine della polizia e l’ambulanza pensò che la vittima anche questa volta fosse la moglie, non il marito.
Quanto al reagire: “io non sono mai stata capace”.
Venendo alle ore immediatamente precedenti il fatto, la notte fra domenica e lunedì –giorno del delitto- la madre della perizianda fu ricoverata in fin di vita; i due coniugi si recarono all’ospedale da cui tornarono alle due antimeridiane del lunedì; la mattina il marito andò al lavoro e la signora fu chiamata da un altro ospedale perché si era reso disponibile un posto e lei avrebbe dovuto subire un intervento alla tiroide. La signora, sia per paura dell’intervento, sia per le condizioni della madre rifiutò, e si recò invece dalla madre, dove, alle diciotto e trenta, giunse il marito a prenderla, subito esprimendosi nelle abituali minacce e invettive (“Adesso ti faccio vedere io”, “Questa sera faremo i conti”, etc.).  Minacce ed insulti continuarono durante il tragitto verso casa, e, qui giunti, vi si aggiunsero le intimidazioni con il coltello e la rivoltella, che le puntò contro gridando che la voleva ammazzare.  Dopo cena, il marito spense la televisione che la donna stava guardando e le ingiunse gridando di raggiungerlo in camera da letto; lei, quasi un automa: “dovevo andar lì, perché lui me l’aveva ordinato”. Quindi, sempre con le parole di lei: “io non sapevo se l’arma l’aveva addosso… mi sembrava di averlo visto con gli occhi chiusi… la luce della camera era spenta… sono andata in anticamera… il tagliere era lì… mi è venuto in mente… non so… poi ho visto il sangue… quando mi sono resa conto è stato perché ho visto il sangue”.  Non ricorda di aver minimamente riflettuto alle conseguenze, anche per sé, del gesto (“In quell’attimo lì non ho pensato a niente”), ma solo sa che le si impose alla mente l’idea della figlia che doveva avere il primo bambino e che “Lui non voleva che la aiutassi più”.

Fra l’altro, questo ricorrente verificarsi di uccisioni dei mariti per difesa –più o meno legittima- rende pure conto del perché l’andamento dei reati violenti commessi da donne vada in parallelo con quello delle violenze maschili, ed anche del perché si ritrovino più alti tassi di violenza omicida in ambiti caratterizzati da particolare deprivazione sociale, che, com’è noto, non favorisce l’armonia familiare. In sostanza, le donne uccidono di più laddove sono più minacciate, e sono più minacciate laddove le condizioni sociali sono maggiormente precarie. E questo conduce il discorso al rischio criminogenetico della deprivazione sociale, al fatto che l’essere vittime di povertà comporta il pericolo di divenire autori o vittime di reato, e, dunque, alla contrazione dello stato sociale che attualmente quasi tutti i Paesi sperimentano. Si comincia con l’affermare che il crimine cresce -meglio: dilaga-, con sbrigativa incuria nei confronti dei dati o di domande come “quale crimine?”; si procede poi all’attribuzione di questa crescita non solo alle nuove “classi pericolose” (emarginati, disoccupati, minoranze, immigrati), ma alla nequizia di costoro o addirittura alla neghittosità indotta dall’assistenza statale (l’eccessiva generosità delle politiche di sostegno ai gruppi svantaggiati provoca degenerazione morale, ovvero: non lavorano perché tanto sono assistiti); siccome poi il sillogismo aristotelico garantisce la logica interna ma non la realtà delle premesse, si finisce col concludere che l’unica risposta possibile sia l’inasprimento del penale e la parallela contrazione dello stato sociale. In realtà, proprio la carenza assistenziale è alla base di non pochi omicidi familiari, in particolare di persone malate e magari non più autosufficienti, per anni accudite dall’assassino che ad un certo punto non è più in grado di assisterle; oppure sono i malati di mente che, non sufficientemente assistiti per carenze istituzionali, passano all’atto omicida. Nel Rapporto Eures sugli omicidi in Italia si segnala che: “Un ulteriore fenomeno in forte accelerazione è quello relativo agli omicidi di vittime in situazione di forte disagio (grave malattia, handicap, dipendenza da alcol o droga), che […] mette in luce l’isolamento e la difficoltà psicologica, materiale e culturale, che colpisce, soprattutto all’interno dei nuclei familiari ristretti, i familiari chiamati ad assistere i propri cari” ; “La presenza predominante di vittime in condizione ‘non lavorativa’ evidenzia ancora una volta l’esigenza di aumentare il controllo verso quelle categorie definite ‘a rischio di esclusione sociale’, in quanto soggetti dipendenti dalla famiglia ma verso i quali il nucleo famigliare spesso non riesce invece a mantenere una relazione equilibrata, avviando processi comunicativi, psicologici e relazionali involutivi e/o ‘paradossali’ che portano ad una progressiva degenerazione ed alla formazione di comportamenti sempre più aggressivi e/o violenti, fino all’evento omicida” .
Una ricerca svolta esaminando 396 episodi di omicidio in famiglia avvenuti in Italia dal 1991 al 2002 come pubblicati sul più diffuso quotidiano –il “Corriere della Sera”-,  evidenzia molte situazioni in cui l’autore o la vittima di omicidio sono affetti da malattia . Per esempio:
- l'autore è affetto da “depressione psicotica”;
- l'autore era depresso perché aveva da poco perso l'unica figlia;
- l'autore soffriva di disturbi psichici ed era peggiorato nelle ultime settimane: non usciva più di casa, fissava nel vuoto;
- uccide padre e madre, soffriva di “schizofrenia cronica”;
- l'autore era affetto da schizofrenia, era uscito tre anni prima dall'O.P.G.;
- la vittima aveva una grave malattia congenita degenerativa;
- uccide il padre, malato di tumore, perché stanco di vederlo soffrire;
- uccide la moglie gravemente malata, poi si taglia i polsi;
- uccide la madre perché non è più in grado di assisterla, poi si suicida.
Di una certa consistenza è il fenomeno dell’omicidio-suicidio all’interno di coppie anziane, che ribadisce il più generale discorso dell’intervento del disagio nella criminogenesi di questi delitti, perché la dinamica è sovente quella in cui uno dei coniugi oramai anziano ed incapace di assistere l’altro a sua volta malato e non autosufficiente, lo uccide e si uccide, al termine di una lunga vita trascorsa nell’amore e nella condivisione. Un elemento che accomuna molti di questi casi è la diversa struttura familiare odierna, rispetto alla famiglia “allargata” di un tempo, ovvero anche la carenza delle istituzioni nel supplire alla scomparsa della rete solidaristica familiare .

Il rapporto fra essere vittima e divenire aggressore, quasi l’interscambiabilità fra le due figure si può constatare anche nel caso di parricidio o, più in generale, di omicidio del minore.
Nella prima ipotesi, quella del parricidio, si descrive per esempio il “parricidio liberatorio”, dove il padre-padrone viene ucciso perché ha maltrattato ed abusato figli e moglie per anni, ma ancor più sconcertante è il caso del coinvolgimento dei minori negli omicidi del crimine organizzato.
Il coinvolgimento dei minori nelle fila della criminalità di stampo mafioso è dato ormai acquisito da parte degli operatori della giustizia. Un esempio, nelle parole di un magistrato del Tribunale per i Minorenni di Salerno, valga per tutti: “Pure in assenza (...) di dati oggettivi ed univoci, è tuttavia possibile affermare che -nel Napoletano- le 'appartenenze' camorristiche della devianza minorile sono certamente più consistenti e spesso mediate dalla struttura familiare: esse alimentano più cospicuamente quella percentuale -calcolata attorno al 10%- dei minori detenuti negli istituti della Regione che -sia pure quasi mai dichiaratamente- ha legami con la criminalità organizzata” .
Ciampa, magistrato al Tribunale per i Minorenni di Napoli, descrive i minori nella camorra come i più duttili strumenti di vendette incrociate o di esecuzioni trasversali; nelle attività estorsive, in particolare in fase di “riscossione”, sono indispensabili .
Peraltro, la Commissione antimafia denuncia che in quelle “zone a rischio” dei più degradati quartieri di Napoli, Palermo, Catania, Bari in cui massima è l'influenza della criminalità organizzata ai minori non abbienti "manca praticamente tutto"; che a Napoli "sono migliaia i bambini disorientati, indifesi, insicuri, che vivono allo sbando e senza attenzione familiare, senza guida, senza riferimenti istituzionali; sparsi in una eterna provvisorietà"; che "l'unico mondo con cui costoro entrano in contatto appartiene ad un sistema criminale che offre protezione, 'valori', impunità, denaro".  In compenso  a Catania, per fare un esempio, nel periodo 1988-89 erano entrati in istituti detentivi 200 minori, e: "Per la criminalità minorile in Sicilia l'aspetto preoccupante che emerge è la differenzialità della risposta istituzionale che ad essa si dà rispetto ad altri contesti del territorio nazionale: il tasso di carcerazione dei minori imputati supera di tre-quattro volte quello delle regioni del Nord" .
Anche l'aumento della delittuosità dei minori di 14 anni è un fattore che è sempre stato considerato come indicatore della parallela crescita dell'utilizzo dei minori da parte della criminalità organizzata.  La "Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali similari", già nel 1991 segnala la cooptazione da parte dei nuclei criminali di minori, dodicenni e tredicenni, per la commissione di street crimes (lotto clandestino, spaccio di droga, contrabbando, furti, rapine), e riporta esempi di minori usati come sicari.
Insomma, in queste situazioni il minore è vittima del degrado sociale, economico, culturale; è vittima del fatto che l'adulto appartenente ad un'organizzazione criminale lo strumentalizza ai propri fini; e, nell'impossibilità -vorremmo poter dire nella difficoltà- di ricorrere a strategie alternative, questo essere (anche) vittima lo conduce in carcere.

Un’altra categoria di vittime/autori è quella degli stranieri che immigrano nei Paesi più ricchi.
Non mi addentrerò ora nella polemica sulla minore/maggiore/uguale criminalità degli immigrati, mi limiterò al punto qui considerato, e cioè al fatto che la vittimizzazione ha ricadute criminogenetiche.
Le ipotesi di vittimizzazione e di sfruttamento degli immigrati sono tante, perché ci vuol meno fantasia, ed ancor meno coraggio, ad inventare angherie per i più deboli: così c'è il lavoro con orari superiori a quelli legalmente previsti, mal pagato e privo di tutela, così c'è l'affitto di case o anche solo posti letto a prezzi esosi, così c'è la violenza xenofoba. Non va poi dimenticata l'usura: "Le somme richieste dai trafficanti, specialmente per coprire viaggi di grande distanza, sono elevate e tanto più il gruppo criminale è organizzato tanto più facilmente il costo del viaggio è anticipato da quest'ultimo, ottenendo come risultato il pesante indebitamento degli immigrati.  Per far fronte a queste situazioni gli stessi si trovano spesso costretti a commettere reati nei paesi di destinazione: furti, spaccio di droga, prostituzione"; "l'onere del pagamento (...) è sostenuto da un'organizzazione finanziaria che poi si rivale sull'immigrato stesso sino all'estinzione del debito. E' questa la condizione che costringe il clandestino ad uno stato di totale soggezione, con la conseguenza di subordinare tutta la sua persona alle istanze lavorative, quasi sempre di natura illecita, che gli vengono sollecitate dal suo 'investitore'"
Quanto alle leggi più severe in materia di immigrazione: "Le restrizioni all'immigrazione legale, rimanendo immutate le cause delle migrazioni (principalmente riducibili al differenziale di benessere tra stati in via di sviluppo e sviluppati), comportano un costante aumento della domanda di migrazione illegale e quindi delle opportunità criminali offerte alle organizzazioni criminali nel processo migratorio. (...) Le politiche migratorie restrittive degli stati ricchi, scontrandosi con le precarie condizioni economiche, sociali e politiche degli stati in via di sviluppo, generano una domanda di migrazione illegale.  La domanda di immigrazione illegale, i controlli intensificati alle frontiere che riducono la possibilità di una migrazione illegale 'artigianale', la scarsezza, la non omogeneità e, in alcuni casi, la mancanza di penalizzazione del traffico insieme alla possibilità di alti profitti creano opportunità criminali.  (…) Tanto più questi gruppi criminali che 'agevolano' la migrazione sono organizzati, tanto più alta sarà la probabilità che i 'trafficati' rimangano in balia delle organizzazioni criminali e da queste vengano sfruttati attraverso il compimento di attività illecite.  Negli stati di destinazione con buona probabilità aumenteranno le denunce, le condanne e le incarcerazioni per reati di droga, o per quelli connessi alla prostituzione, o alla contraffazione di documenti" .

Tutto questo ci conduce al rapporto vittimizzazione carceraria/rischio criminale, che comunque non vale certo solo per gli stranieri, anche se oramai costoro costituiscono un terzo dei detenuti (dati 31 dicembre 2005) . Ma, più in generale, il carcere è criminogenetico non solo per il contagio con altri criminali, non solo perché chi è stato etichettato come detenuto faticherà ancora di più a trovare lavoro e ad inserirsi, ma anche perché le condizioni carcerarie in Italia (e non solo in Italia credo di poter dire) sono tali da incattivire piuttosto che rieducare, al punto che il nostro Paese è stato censurato dal Comitato per la Prevenzione della Tortura del Consiglio d’Europa . Per gli stranieri vige un’attenzione particolare, posto che la percentuale di costoro rispetto al totale della popolazione detenuta è molto più elevata di quella degli stranieri che subiscono condanne e ancor più di quella degli stranieri denunciati, pur con imputazioni mediamente meno gravi di quelle a carico degli italiani , e che abbiamo uno dei più sperequati rapporti tra percentuale di detenuti stranieri e percentuale di stranieri residenti di tutti i Paesi europei , sicché si è giunti ad affermare che per i detenuti stranieri l’applicazione della misura cautelare in carcere “non è una extrema ratio, quanto piuttosto una primaria ratio . Vi sono, inoltre, “clamorose” differenze nella distribuzione dei detenuti stranieri nei penitenziari, e si segnala una netta correlazione tra elevate percentuali di detenuti stranieri e condizioni di sovraffollamento; più in generale, gli istituti con maggiore presenza di stranieri sono quelli meno “confortevoli” , coerentemente con la legge carceraria della “less eligibility” (minore desiderabilità: cioè il principio per il quale in carcere la persona deve stare peggio che fuori, o verrebbe meno la funzione deterrente). E appunto, come s’è detto, queste condizioni sono criminogenetiche.

L’essere donna ed in più straniera, poi, raddoppia la possibilità di vittimizzazione. Il fenomeno della tratta di donne straniere per avviarle alla prostituzione è ben noto, così come sono note le modalità particolarmente feroci della soggezione in cui costoro sono tenute, fino a fenomeni di vera e propria riduzione in schiavitù e fino all’omicidio di donne riottose o poco produttive (per inciso, il fatto che parte di queste donne non risultino neppure esistenti per le autorità del nostro Paese assicura anche all'omicidio una buona quota di impunità, e infatti una ricerca condotta a Milano sul femicidio ha rilevato non solo che le prostitute straniere costituiscono una buona percentuale delle donne uccise, ma questi omicidi vedono la più alta percentuale di casi irrisolti ).
Ancora una volta, comunque, quello che rileva in questa sede è il processo per il quale la vittimizzazione “primaria” comporta poi un ulteriore creazione di vittime, che in questo caso sono i bambini.
Un’altra ricerca condotta da me e dai miei collaboratori analizzando 67 casi di abbandono di neonati –nei cassonetti dell’immondizia, nei centri di accoglienza, per strada, eccetera- in Italia dal 1995 al 2005 ha trovato che in almeno 21 casi la madre è straniera . Si tratta del 31% dei casi, percentuale che sale però al 78% delle donne di cui si è potuto accertare l’identità. Non è difficile immaginare, dietro a questi fatti, quantomeno fenomeni di gravissima emarginazione, se non di tratta e soggezione ai limiti della schiavitù. E sicuramente molti sono i casi di neonaticidi di cui non si ha notizia.

La ricerca europea sulle vittime cita, e a ragione, anche la situazione degli omosessuali. Per costoro la situazione di emarginazione sociale, la difficoltà di trovare lavoro, l’impossibilità di vivere una vita di coppia alla luce del sole hanno da sempre costituito un rischio criminogenetico, e se i criminologi di alcuni decenni fa scrivevano volentieri di criminalità degli omosessuali non era solo perché partecipavano dei pregiudizi delle epoche passate. La letteratura criminologica ha anche enfatizzato l'omosessualità quale condizione «a rischio» anche per l'omicidio, ma in realtà, quel che si constata è che l'omosessuale può essere una vittima preferenziale qualora adotti uno stile di vita promiscuo, caratterizzato da rapporti molteplici ed occasionali, di sessualità «compulsiva» , il che può darsi anche per gli eterosessuali che facciano propria una tale condotta, o, per gli omosessuali, forse poteva accadere con più frequenza in passato, quando l'omosessualità era una condizione inconfessabile, da tener celata, e che difficilmente dava luogo ad una vita di coppia continuativa. Vi sono poi casi in cui la vittima esercita la prostituzione ed è omosessuale oppure transessuale, e di nuovo sono lo stile di vita e la frequentazione degli ambienti legati alla prostituzione a costituire situazione a rischio.
Pini ha compiuto una disamina degli omicidi in danno di omosessuali e connessi alla loro omosessualità perpetrati in Italia, a partire addirittura dalla seconda metà del Diciottesimo secolo con l’uccisione dello storico dell’arte Winckelmann, fino ad oggi, concludendo che lo stile di vita che consiste nel cercare compagnie prezzolate ed occasionali è quello che maggiormente espone al rischio, ma d’altro canto questo stile di vita è, se non obbligato, almeno comprensibile negli omosessuali di vecchia generazione, che ancora vivono la loro condizione come qualcosa di vergognoso, da tener celato, da vivere appunto con incontri notturni ed isolati in cui si “elemosina” sesso, forse al posto di affetto. L’Autore sottolinea il mutamento, avvenuto negli ultimi decenni, nella componente etnica dei “ragazzi di vita” responsabili dei delitti: ai giovani emarginati delle periferie e delle borgate –il rimando più noto è all’uccisione di Pasolini- si sono sostituiti quelli provenienti dal Maghreb o dall’Est europeo, e comunque da Paesi di cultura “omofoba”, il che può costituire un ulteriore fattore di innesco della violenza. Lo scenario classico, in questi casi è descritto da Pini: “il luogo del delitto è la casa della vittima, la differenza di età è forte, la differenza socio-economica lo è altrettanto, la vittima è consapevolmente gay, l’omicida si dichiara eterosessuale” , ma la sua identità sessuale è sovente incerta. Di nuovo, quindi, si crea un rapporto fra emarginazione e povertà da un lato e crimine dall’altro.

Ulteriore categoria di possibili vittime è indicata dalla Vostra ricerca nei commercianti. Vero, e doveroso occuparsene, anche perché una più attenta la tutela istituzionale può contribuire ad arginare derive giustizialiste che purtroppo stanno prendendo piede in Italia, e che rischiano di aggravare il problema invece di risolverlo. Mi riferisco alla nuova formulazione, in Italia, della norma che regola la “legittima difesa” e alle tentazioni di armarsi per difendersi dai criminali.  Vorrei ricordare che, viceversa, rispondere alla vittimizzazione o al rischio di vittimizzazione armandosi è semmai criminogenetico.
Una delle poche leggi criminologiche “consolatorie” è quella che stabilisce che col crescere dello sviluppo socio-economico di un Paese diminuiscono i tassi dei reati violenti. In Europa negli ultimi secoli è in particolare molto diminuita la violenza omicida, il che si spiega con il fatto che il sempre più forte potere dello Stato avrebbe avocato a sé il monopolio dell'uso della forza, e, parallelamente: “Il campo di battaglia fu, in certo senso, interiorizzato.  (...) gli individui impararono a poco a poco a dominare se stessi, a controllare le proprie pulsioni e passioni, a regolare l'aggressività” , fenomeno, questo, denominato “processo di civilizzazione”. Peraltro a questa “legge” criminologica del rapporto inversamente proporzionale fra sviluppo economico e violenza omicida sfuggono gli Stati Uniti, ed una delle ragioni dell’eccezionalità dei tassi di omicidio statunitensi è proprio indicata nei contemporanei e connessi fenomeni della larga disponibilità di armi da fuoco e nella cultura dell’autodifesa .
Anche ammettendo che far fuori i malfattori sia cosa giusta, quello che ci preoccupa è il constatare, sulla scorta delle ricerche criminologiche, che la disponibilità di armi e la cultura dell’autodifesa costituiscono un pericolo più per gli onesti che per costoro.
In Gran Bretagna, fra il 1992 e il 1994, il 14% degli omicidi é stato commesso con armi da fuoco regolarmente possedute, e fra questi omicidi l’82% erano omicidi domestici, il che ha portato a sostenere che la licenza di avere un arma in casa è molto più pericolosa per gli abitanti di quella casa che per un potenziale aggressore esterno . L’FBI ha calcolato che le armi per difesa personale tenute in casa hanno sei volte più probabilità di essere usate nell’uccisione, deliberata o accidentale, di parenti ed amici, piuttosto che di servire contro rapinatori o altri malviventi introdottisi nell’abitazione .
Perfino in tragici episodi di mass murder l’arma era detenuta legalmente: così a Dunblane, dove in una scuola furono uccisi sedici scolari ed un insegnante nel 1996; così a Hungerfor nel 1987, dove vi furono altre sedici vittime di un mass murder; così, com’è noto, a Milano nel 2003, quando un uomo, prima di suicidarsi, uccise la moglie e una vicina di casa, e ferì alcuni passanti sparando dalla finestra.
La diffusione delle “armi legali” significa poi maggiori opportunità di disporre di armi anche per la criminalità, poiché almeno parte delle armi usate dai delinquenti cominciano la loro vita come armi legali. Si consideri inoltre che le armi da fuoco non sono particolarmente deperibili, e dunque hanno lunga vita.
Uno studio di Killias e dei suoi collaboratori condotto sugli omicidi (e suicidi) di 21 Paesi ha evidenziato una correlazione molto forte fra la presenza di armi da fuoco in casa e i tassi di omicidio commessi in danno delle mogli, delle conviventi, delle fidanzate; ed anche se –qui come altrove- correlazione non significa causalità, gli autori concludono che il fatto che l’arma fosse a disposizione proprio nel luogo, la casa, in cui è avvenuto il delitto può essere stato un fattore decisivo .
Saltzman et al. riportano che il confronto fra esito letale e lesione, nell’ambito delle aggressioni in famiglia o fra persone in stretta relazione, dimostrerebbe che l’uso dell’arma da fuoco fa aumentare di 12 volte il rischio di morte . Ciò a maggior ragione se si considera che nella gran parte dei casi gli omicidi “di prossimità” sono commessi in momenti di rabbia e frustrazione, e non sono il risultato di una intenzione omicida architettata ed attuata a sangue freddo. In ogni caso, talune ricerche hanno dimostrato che le armi tenute in casa aumentano il rischio di omicidio domestico e, in compenso, forniscono ben poco aiuto nel contrastare gli assalti criminali .
Per di più, occorre citare il caso –tutt’altro che infrequente- dell’incidente domestico dovuto all’incuria nella custodia dell’arma in casa.
Proprio per l’Italia, quel che più colpisce e che dà ragione a quanti hanno denunciato la pericolosità dell’arma da fuoco anche, e forse soprattutto, in famiglia è l’alta percentuale di omicidi perpetrati con questo mezzo che ritroviamo pure negli studi che hanno analizzato le uccisioni in ambito famigliare. Questo vale per gli studi casistici, ma vale anche per i dati relativi all’intero territorio nazionale, per esempio quelli EURES per i quali si rileva che l’arma da fuoco, presente nel 39,3% degli omicidi in famiglia del 2003 e nel 36,4% del 2004, resta il mezzo lesivo prevalente nelle uccisioni domestiche.
Un’ultima considerazione riguarda l’autenticità della motivazione “difensiva” addotta da chi si arma e, quindi, si dispone ad usare l’arma. Una ricerca di Killias e Rabasa dimostra la correlazione fra il portare armi ed essere coinvolti in episodi di violenza, anche, anzi soprattutto, quando la motivazione, o la razionalizzazione, è che l’arma sia detenuta per difesa. Gli autori concludono affermando: “Portare con sé un’arma può, dunque, non tanto essere una forma di auto-protezione in un mondo di violenza, quanto piuttosto una strategia per assicurarsi un vantaggio in vista di possibili futuri scontri” . Per l’Italia talune ricerche sarebbero giunte alla conclusione secondo cui: “la tendenza ad organizzare privatamente, attraverso il possesso dell’arma, la propria difesa personale, può assumere notevoli valenze criminogenetiche”; ed ancora, è criticata quella cultura “portata a contrapporre la violenza ‘legittima’ a quella ‘illegittima’, ritenendo erroneamente che la prima possa costituire un argine per la seconda” .
Tutto ciò esposto, le paure dei cittadini però vanno prese sul serio, ed un aiuto serio ed efficace a chi –in questo caso i commercianti- abbia ragionevolmente paura ancora una volta è una difesa alla vittimizzazione di costoro e alla vittimizzazione che è possibile che costoro mettano in atto.

Infine il problema degli anziani vittime. Costoro dovrebbero esulare dal mio discorso perché la loro vittimizzazione raramente è prodromica a nuovi crimini, né ripeterò le cose che avete detto e fatto, però il silenzio che ha coperto e copre la loro condizione in quanto vittime è tale che intanto mi rallegro che Voi li abbiate considerati, e poi vorrei spendere comunque qualche parola. In effetti, consultando la letteratura, soprattutto criminologica ma persino geriatrica, la sproporzione fra gli scritti stranieri e quelli italiani in materia è davvero desolante, e fa pensare a quel che si poteva affermare fino a non molti decenni fa in tema di abusi ai bambini. Anche nei Paesi anglosassoni, d’altro canto, l’attenzione al fenomeno è relativamente recente, non datando se non dalla fine degli anni Settanta del Novecento. Alcuni Autori paragonano questo fenomeno a quello del child abuse, per l’essere stato per lungo tempo negletto e per il vasto numero oscuro, e appunto in analogia alla battered child syndrome lo hanno chiamato granny battering o battered old person syndrome.
Oggigiorno, poi, il problema è complicato dall’allungarsi della vita, ed in particolare dal protrarsi di essa pur in presenza di malattie, fisiche o psichiche, che rendono l’anziano dipendente, bisognoso, talora molesto.
Hudson e Johnson, per gli Stati Uniti, hanno calcolato che fra il 4 ed il 10% degli anziani nel loro Paese sarebbero oggetto di abuso ; alla Seconda Assemblea Mondiale sull’Invecchiamento, tenutasi a Madrid dall’8 al 12 aprile del 2002 con il patrocinio delle Nazioni Unite, si riportano percentuali dal 3 al 10% di anziani vittime di abuso in Australia, Canada, Regno Unito . Questi dati, se fossero applicabili immediatamente alla popolazione italiana, significherebbero più di 900.000 ultrasessantacinquenni a rischio di abuso, e addirittura fra i 300.000 e i 990.666 anziani maltrattati .
Le forme in cui l’abuso può essere agito sono molteplici, e fra le forme di abbandono dei nostri tempi caratterizzati da nuclei familiari sempre più ristretti, una ricerca condotta fra il 1988 ed il 1991 nel territorio di Trieste, che ha un’altissima percentuale di cittadini anziani, ha analizzato il fenomeno delle c.d. “morti solitarie”, cioè i decessi di persone sole, per cause naturali e nel luogo di abitazione, scoperti dopo un certo lasso di tempo (e sicuramente non solo a Trieste). Benché certo non tutti i 47 casi segnalati nel quadriennio potessero essere considerati casi di abbandono dell’anziano, fa specie che alcuni di costoro avessero familiari e ciò non di meno il loro decesso fosse scoperto anche dopo lungo tempo, in un caso addirittura a ben 15 mesi dalla morte ed in seguito alla segnalazione del Ministero del Tesoro a cui risultava che l’anziano non riscuotesse più la pensione . Insomma, è triste sapere di contare qualcosa solo come “pratica”, non come persona.
E’ stato poi affermato che il vecchio è la vittima privilegiata di truffe e della circonvenzione di incapaci (art. 643 C.P.) , e comunque si rileva una crescente frequenza di procedimenti per questo reato che interessano l’età senile, tanto da poter sospettare che l’aumento di denunce per tale reato che si è verificato negli ultimi decenni e la crescita della popolazione anziana siano da porsi in stretta relazione.
Ma, come promesso, sul tema non mi dilungherò, solo avanzando una seconda considerazione dopo quella del silenzio anche scientifico. Lanza ricorda inoltre che nel 1988 in Italia vi sono stati 8.646 incidenti domestici con esito mortale, nel 75% dei quali la vittima contava più di 64 anni, e osserva: “tale cifra deve anche porre un piccolo problema criminologico, essendo ragionevole pensare che qualche riferito 'incidente mortale domestico' sia invece frutto di un'azione criminosa di qualche familiare della vittima, in qualche modo poi protetto dagli altri membri del gruppo (...). Per suggerire un'immagine quantitativa del fenomeno stesso, basti pensare che se si ipotizzasse che solo il 5 per mille dei morti 'anziani' per incidente domestico debba l'inizio della catena causale che ha poi prodotto l'evento letale all'azione illecita di un familiare (una spinta, un tentativo di percosse o di lesioni etc.), il valore degli omicidi domestici aumenterebbe subito in valore assoluto di 40 unità all'anno” .

Ho concluso la mia certamente insufficiente disamina delle possibili vittime e dei possibili cicli di vittimizzazione. Certamente di vittime ce ne sono altre, e certamente altre ne creeranno i tempi o ne scopriremo con il tempo, anche perché per essere vittime occorre riconoscersi tali.
E’ un paradosso?
No, posso dimostrarlo.
Quante donne considerano “normale” essere battute dal marito? Quanti minori o quanti malati di mente non sono nelle condizioni di comprendere appieno l’abuso di cui sono vittime? E la violenza sessuale, magari fra persone in relazione di conoscenza –il c.d. data o acquaitance rape- è sempre percepita come tale? Basti pensare che un giurista italiano circa cinquant’anni fa poteva ancora negare la possibilità di una violenza fra coniugi e scrivere: «Poiché la costrizione, per costituire reato, dev'essere illegittima, così non è punibile il coniuge che costringa l'altro coniuge, mediante violenza o minaccia, alla congiunzione carnale secondo natura e in condizioni normali. Tra gli scopi del matrimonio, invero, è anche quello di fornire remedium concupiscentiae» .

Quindi, e per finire, una ricerca che concentri l’attenzione sulle forme di vittimizzazione e sui modi per prevenirla e per riparare i danni ha anche il merito di promuovere nelle persone una dignitosa consapevolezza dei propri diritti.

 

 

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